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News dal mondo

NutriAid Somalia_day01_14_3307_r Nuovo Rapporto su 
malnutrizione e infanzia

3 milioni di bambini
sotto i 5 anni
muoiono ogni anno
per mancanza di cibo
o di cibo adeguato

I numeri sono numeri e poco importa se quelli denunciati da Save the Children nel rapporto appena rilasciato sulla malnutrizione e l'infanzia siano esorbitanti. I numeri sono numeri, colpiscono con forza sul momento e poi si perdono nell'impalpabile galassia della statistica.

52 milioni di minori sotto i 5 anni in questo momento stanno soffrendo la carenza improvvisa di cibo e nutrienti, mentre ben 155 milioni sono malnutriti cronici e rischiano che le gravi conseguenze sul loro sviluppo fisico e cognitivo si ripercuotano sull'intero ciclo di vita.

Povertà, cambiamenti climatici e conflitti hanno un ruolo decisivo nella diffusione della malnutrizione.

Nei Paesi a medio e basso reddito, 2 minori su 5 vivono in stato di povertà multidimensionale, con forti deprivazioni circa l'accesso al cibo, ai servizi igienico-sanitari e all'educazione, mentre nel Corno d'Africa e in Kenya, in seguito all'emergenza climatica El Niño, 7 milioni di bambini stanno ancora facendo i conti con la carenza d'acqua e di sostanze nutritive.

Solo nel 2016 guerre e insicurezza alimentare hanno provocato la fuga di 65,6 milioni di persone e 122 milioni di bambini affetti da malnutrizione cronica vivono in zone sferzate dai conflitti.

Dal nuovo rapporto di Save the Children "Una fame da morire. Vecchie e nuove sfide nel contrasto alla malnutrizione" emerge che la malnutrizione rappresenta la concausa di circa la metà (45%) delle morti infantili a livello globale. Dei 155 milioni di bambini che soffrono di malnutrizione cronica (1 minore su 4 sotto i 5 anni nel mondo), più della metà si trova in Asia, in particolare in Asia Meridionale (oltre 61 milioni), e il 30% in Africa.

52 milioni di bambini (1 su 12) sono invece colpiti da malnutrizione acuta, di cui più della metà in Asia meridionale, mentre circa 41 milioni risultano obesi o in sovrappeso, di cui 4 milioni in Paesi ad alto reddito. In questi ultimi si contano del resto 1,6 milioni di minori colpiti da malnutrizione cronica.

Tra i Paesi che riportano i tassi peggiori di malnutrizione troviamo l'Eritrea, dove ne è colpito 1 bambino su 2 sotto i 5 anni, e l'India, dove la proporzione tocca quasi il 48%. Buone notizie giungono invece dall'incremento, a livello globale, della pratica dell'allattamento al seno, che garantisce ai neonati 6 possibilità in più di sopravvivere nei primi mesi di vita: dal 36% di bambini di età inferiore ai 6 mesi allattati esclusivamente al seno nel 2005, si è passati al 43% nel 2016, con aumenti consistenti soprattutto in Asia meridionale (59%) e Africa orientale (75%).

Il circolo vizioso della povertà

I bambini che nascono in contesti di povertà sono i più esposti al rischio della malnutrizione e alle gravi deprivazioni di carattere sanitario ed educativo. In 103 Paesi a medio e basso reddito sono 689 milioni i minori considerati poveri multidimensionali: in India lo è circa la metà dei bambini, mentre ben 9 su 10 in Etiopia, Niger e Sud Sudan.

In Africa subsahariana, appena meno della metà della popolazione che vive nelle zone rurali (43%), può accedere alle fonti d'acqua potabile, mentre solo 1 persona su 5 ha accesso ai servizi igienici, considerati entrambi elementi essenziali nella lotta alla malnutrizione. In Asia centrale e meridionale la percentuale di popolazione nelle aree rurali con accesso ai servizi igienici è invece del 40%[8].

Tra gli elementi che incidono sulla povertà infantile anche l'accesso all'istruzione e alla formazione, dal quale ancora oggi sono tagliati fuori 263 milioni di bambini e adolescenti nel mondo.

Cambiamenti climatici

In seguito alla grave emergenza El Niño, considerata la peggiore crisi legata al cambiamento climatico degli ultimi 35 anni, quasi 20 milioni di persone, nel Corno d'Africa, stanno soffrendo gli effetti della dura crisi alimentare, tra cui ben 7 milioni di bambini tra Etiopia, Somalia e Kenya che non hanno sufficiente accesso al cibo, in seguito alla perdita dei raccolti e del bestiame provocata dalla siccità, e a fonti d'acqua sicure, con forti ripercussioni sulla diffusione di malattie quali diarrea, colera e morbillo.

In Kenya sono 83 mila i bambini colpiti da forme severe di malnutrizione acuta e 39 mila le donne incinte o in fase di allattamento a rischio. La malnutrizione acuta ha colpito 376 mila bambini in Etiopia e 275 mila in Somalia dove, nella prima metà del 2017, il numero di bambini affetti da malnutrizione, che hanno 9 probabilità in più di perdere la vita, è aumentato di almeno il 50%. A livello globale, inoltre, se i cambiamenti climatici estremi dovessero intensificarsi si stima che oltre 592 milioni di persone potrebbero essere a rischio malnutrizione nel 2030 e quasi 477 milioni nel 2050.

Conflitti

Delle 815 milioni di persone denutrite a livello mondiale, più della metà (489 milioni) vive in Paesi colpiti da conflitti, dove si stima che il tasso di malnutrizione cronica si riduca a un ritmo 4 volte inferiore rispetto ai Paesi non colpiti da crisi e dove i tassi di povertà risultano in media superiori di 20 punti percentuali.

Si tratta, in particolare, di zone in cui i bambini hanno il doppio delle possibilità di diventare malnutriti e morire durante l'infanzia rispetto ai propri coetanei negli altri Paesi in via di sviluppo. Contesti estremamente fragili e pericolosi in cui i minori e le loro famiglie sono costretti a sfamarsi con quel che rimane dei raccolti o ad arrangiarsi con ciò che trovano, come cibo per animali o foglie, a bere da sorgenti d'acqua contaminate, spesso senza accesso a medicinali e assistenza sanitaria.
In Yemen, dove circa 17 milioni di persone - pari al 60% della popolazione - risultano in stato di insicurezza alimentare, già prima della crisi circa la metà dei bambini sotto i 5 anni risultava affetta dalla malnutrizione e 1 donna ogni 370 moriva per complicazioni durante gravidanza e parto, mentre dal 2014 al 2016 l'aggravarsi del conflitto ha provocato un aumento del 20% delle morti infantili.

Jacob, 4 anni e la vita già segnata dalla siccità che inaridisce il natio villaggio di Noru-Edou, Turkana Country, Kenya settentrionale, è reale, pelle, ossa e occhi imbarazzanti. La sua famiglia ha perso quasi tutti gli animali di cui campava e non riesce a far mangiare né lui né le sue due sorelle minori. I volontari l'hanno trovato all'inizio dell'anno, debolissimo, affetto da malnutrizione acuta e, nei peggiori incubi dei genitori, condannato a spegnersi. Adesso partecipa a un trattamento alimentare terapeutico che l'ha visto migliorare ma, sul lungo termine, l'orizzonte è chiuso. 

«Avevamo cento capre prima della siccità e ce ne sono rimaste solo quattro, era già capitato che perdessimo animali per le condizioni meteo avverse ma mai come quest'anno» racconta la mamma di Jacob, Alice.
Vivono in una sorta di piccole capanne di rami e pietra
su un terreno sabbioso e spoglio, sassi, sporadici alberi di acacia qua e là, caldo e freddo a turno senza pietà.

Alice ha visto i figli consumarsi sotto i suoi occhi fin quando è riuscita a inserirli nel programma alimentare: «In tempi normali quando arriva la stagione delle piogge ci sono tante piante per gli animali. Vuol dire che le capre producono latte e noi possiamo berlo. A volte consumiamo anche il sangue, perché il sangue delle capre è molto nutriente». 

Da mesi il Kenya affronta una siccità peggiore di quella che nel 2011 mise in ginocchio il Corno d'Africa, 2.7 milioni di persone hanno bisogno urgente di assistenza, in maggioranza si tratta di sono anziani, minori, malati. 

«La pelle di Jacob aveva cominciato a staccarsi dal corpo, era così debole che non riusciva a stare in piedi, non c'era nulla che potessimo fare per lui tranne dargli frutti selvatici e aspettare che morisse» continua Alice.

Si tampona, ma non basta. Con il rapporto sulla malnutrizione infantile Save the Children si propone di raccogliere fondi sufficienti per raggiungere i villaggi più remoti, invisibili, oscuri. Quelli che poi un giorno, all'improvviso, si materializzano a bordo dei barconi all'arrembaggio del Mediterraneo, fantasmi della fame e delle nostre paure.

Save the Children -La Stampa


200610284-256bea0d-b80c-4051-acdc-15b4bacc5807Secondo il Rapporto FAO
aumenta la produzione globale 
ma in 37 Paesi al mondo 
ancora SI MUORE
per mancanza di cibo.

Raccolti robusti in America Latina e la ripresa delle condizioni agricole in Africa meridionale stanno facendo migliorare la situazione globale dell'approvvigionamento alimentare, ma i conflitti civili in corso e gli shock legati al clima stanno minando i progressi verso la riduzione della fame.

E' quanto si legge nella nuova edizione del rapporto FAO Crop Prospects and Food Situation. (Prospettive dei raccolti e situazione alimentare). Gli uragani nei Caraibi e le inondazioni in Africa Occidentale potrebbero ostacolare la produzione agricola locale, ma le tendenze generali della produzione alimentare sono positive, incoraggiate dalle aspettative di produzioni cerealicole record in diversi paesi.

Secondo il rapporto trimestrale, circa 37 paesi, di cui 28 in Africa, richiedono assistenza alimentare esterna. I paesi sono gli stessi del mese di giugno: Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Repubblica democratica popolare di Corea, Repubblica democratica del Congo, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Guinea, Haiti, Iraq, Kenya, Lesotho, Liberia, Libia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mozambico, Myanmar, Niger, Nigeria, Pakistan, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Swaziland, Siria, Uganda, Yemen e Zimbabwe.

I conflitti continuano ad avere un forte impatto sull'agricoltura e la sicurezza alimentare nella Repubblica Centrafricana, nella Repubblica Democratica del Congo, in Iraq, nella Nigeria settentrionale, in Somalia, in Sud Sudan, in Siria e nello Yemen e spesso hanno effetti negativi anche altrove a causa del grande numero di sfollati e dell'aumento dell'insicurezza civile. Gli shock atmosferici nel 2017, inclusa la siccità, ne hanno aggravato l'impatto in alcuni paesi, in particolare in Somalia e in Etiopia meridionale.

Nel 2017 la produzione cerealicola mondiale dovrebbe raggiungere il livello record di 2.611 milioni di tonnellate. Anche se questo è dovuto ai maggiori guadagni in Argentina e in Brasile, da segnalare anche l'aumento previsto quest'anno di oltre il 10% della produzione aggregata in Africa, dovuto ai maggiori raccolti di mais nell'Africa australe - dove lo scorso anno gli agricoltori erano stati colpiti duramente da El Niño - e alla produzione di grano nei paesi dell'Africa settentrionale.

Secondo le nuove stime della FAO, anche la produzione aggregata di cereali nei paesi a basso reddito con deficit alimentare (LIFDC, l'acronimo inglese) quest'anno dovrebbe aumentare del 2,2%, limitando le esigenze d'importazione.


4446E1E9B46E374494FDEABE47729A016BBBB99F1A12340A50pimgpsh fullsize_distr_rCorno d'Africa
Milioni di persone fuggono
per non affrontare
la carenza di cibo

La FAO sollecita risposta immediata per evitare la catastrofe della carestia come quella del 2011 provocata dalla grave siccità.

Si stima infatti che oltre 17 milioni di persone siano attualmente a livelli di grave insicurezza alimentare a Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda.

ADDIS ABEBA - C'è stato un quarto delle precipitazioni in meno nel trimestre ottobre-dicembre nei paesi del Corno d'Africa, che dunque si trovano ad affrontare l'ennesima siccità. E' quanto fa sapere un report diffuso della FAO. Si stima infatti che oltre 17 milioni di persone sono attualmente a livelli di crisi e insicurezza alimentare di emergenza a Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda, nei quali sono ormai urgenti misure di assistenza umanitaria.

Le aree di maggiore copertura riguardano gran parte della Somalia, nord-est e il Kenya costiera, a sud-est dell'Etiopia, oltre che nella regione-stato di Afar, nell'Etiopia nord-orientale, abitata in maggioranza dall'omonima popolazioni. Ma anche nel Sud Sudan e nella regione sudanese del Darfur. La responsabilità viene dagli esperti attribuita ancora una volta agli effetti de El Niño. E in più il peso del debito. Attualmente, quasi 12 milioni di persone in Somalia, Etiopia e Kenya hanno bisogno di assistenza alimentare, le famiglie devono affrontare un accesso limitato al cibo e di reddito. A questo si somma il peso insopportabile del debito che aumenta, la bassa produzione di cereali, il calo delle scorte di sementi, del latte, della carne. Un avviso di pre-carestia è stato lanciato per la Somalia. Carenza acuta di cibo e diffusa malnutrizione rimane una delle principali preoccupazioni in molte parti del Sud Sudan, il Sudan (Darfur occidentale) e la regione di Karamoja in Uganda.

Si profila il disastro della carestia del 2011. "L'entità della situazione richiede un'azione comune immediata e il coordinamento a livello nazionale e regionale - ha detto vicedirettore generale, per gli eventi climatici e naturali della FAO, Maria Helena Semedo - non possiamo aspettare che un disastro come la carestia nel 2011". Semedo ha parlato per conto del Direttore Generale della FAO in un gruppo ad alto livello sulla situazione umanitaria nel Corno d'Africa, presieduto da parte delle Nazioni Unite Segretario generale, António Guterres, a margine del vertice dell'Unione Africana del 28 gennaio scorso ad Addis-Abeba. "La situazione di siccità nella regione è estremamente preoccupante - ha aggiunto la Semedo - soprattutto in quasi tutta la Somalia, ma anche in tutta meridionale e l'Etiopia sud-orientale, e nel nord del Kenya. Di conseguenza, con le prossime piogge ad almeno otto settimane di distanza, il prossimo 'non raccolto' principale ci potrà essere a luglio, con milioni di persone a rischio di insicurezza alimentare in tutta la regione".

Gli impatti della siccità. Ripetuti episodi di siccità hanno portato a raccolti scarsi, epidemie, al deterioramento dell'acqua e a condizioni di pascolo impraticabili, con il risultato di migliaia di animali morti. "L'insicurezza e shock economici influenzano le persone più vulnerabili" - ha avvertito Bukar Tijani, Vice Direttore Generale FAO e rappresentante regionale per l'Africa - la situazione si sta rapidamente deteriorando e il numero di persone che hanno bisogno di mezzi di sussistenza e di assistenza di emergenza umanitaria è destinato ad aumentare, come la stagione secca e magra continuare con un significativo impatto negativo sui mezzi di sussistenza e sui beni per la casa, oltre che sulla sicurezza alimentare e la nutrizione delle comunità rurali".

L'aumento delle persone che fuggono. Nel 2016, i rifugiati e i richiedenti asilo sono aumentati di oltre 3 milioni rispetto al 2015. "La partnership della FAO per costruire strumenti di resistenza agli shock e alle crisi nel Corno d'Africa aumenterà", ha assicurato Tijani. Recentemente, l'Organizzazione con sede a Roma e l'IGAD (organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai paesi del Corno d'Africa) hanno concordato su alcuni passaggi chiave per migliorare la collaborazione nel mitigare la grave siccità che sta affliggendo i paesi della regione e rafforzare la resilienza.


"Forced to Flee: Inside the 21st Largest Country" 

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Diffuso il rapporto di Save the Children, che ha immaginato un Paese inesistente
dove ha idealmente sistemato tutti i profughi del mondo che in questo nostro tempo
scappano da guerre e disastri ambientali.
Lo scopo è quello di attirare l'attenzione sui loro bisogni e fare chiarezza sulla loro situazione

ROMA - Mentre inizia l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Save the Children chiede a tutti i Paesi di intervenire con urgenza per dare un futuro ai bambini sfollati e rifugiati, esclusi da accesso a educazione e cure sanitarie ed esposti a pratiche dannose e a rischio di contrarre infezioni e morire per cause facilmente prevenibili.

Un Paese immaginato. Una popolazione tra le più giovani e con il tasso di crescita demografica più alto al mondo, ma in fondo alla classifica globale per il tasso di frequenza scolastica e con un livello allarmante di mortalità infantile per cause prevenibili, come la polmonite: sarebbero questi gli indicatori chiave dell'ipotetico Paese "creato" da Save the Children, immaginando di raggruppare tutti i rifugiati del mondo in un unico Paese, con l'obiettivo di attirare l'attenzione sui loro bisogni e fare chiarezza sulla loro situazione. Un Paese che sarebbe 21° al mondo per numero di abitanti, davanti a nazioni come l'Italia e il Regno Unito.

Il Rapporto. Il nuovo rapporto Forced to flee: Inside the 21st Largest Country ("Costretti a fuggire: dentro al 21° Paese al mondo") diffuso oggi da Save the Children prende in esame i principali indicatori sulle condizioni di vita del "21° Paese" confrontandoli con quelli degli altri Paesi, in particolare sulle aree che influiscono sul benessere dei bambini - dall'educazione, all'accesso alla salute e all'acqua, fino alla mortalità materno-infantile e alla disoccupazione. Dai risultati emergono da un lato le enormi difficoltà che rifugiati e sfollati interni devono affrontare, ma dall'altro il prezioso contributo che questi potrebbero apportare ai Paesi e alle comunità ospitanti se venisse loro permesso di lavorare legalmente.

Fuggono dalle loro case 24 persone al minuto. Ogni giorno i conflitti e le persecuzioni costringono quasi 34.000 persone nel mondo - 24 persone al minuto - a fuggire dalle loro case per cercare rifugio altrove. "Così come nel caso del team di rifugiati creato dal Comitato Olimpico Internazionale, che abbiamo visto gareggiare di recente nelle Olimpiadi di Rio - ha detto Valerio Neri, direttore di Save the Children Italia - immaginare tutte le persone in fuga come residenti di un unico Paese è un modo per sottolineare le proporzioni di questo dramma e ricordarci quanto sia urgente dare risposta ai loro bisogni: una popolazione di queste dimensioni non può essere semplicemente ignorata".

Una popolazione in crescita allarmante. Uno dei dati più allarmanti è la velocità a cui la popolazione del 21° Paese sta crescendo. Il numero di persone rifugiate e sfollate è passato da 59,5 milioni nel 2014 a 65,3 milioni nel 2015: un aumento annuo del 9,75%, superiore a qualsiasi altro Paese al mondo. Al ritmo attuale di crescita, potrebbe diventare il quinto Paese entro il 2030. L'età media è tra le più basse in assoluto, con metà della popolazione che ha meno di 18 anni. Molti di loro non hanno conosciuto altro che instabilità e conflitti nel corso della loro vita e il numero di minori costretti a fuggire da soli dalle loro case è in aumento.

In Europa, nel solo 2015, 96.000 minori non accompagnati hanno presentato richiesta d'asilo; il 40% di loro erano minori afghani, che avevano dovuto affrontare da soli un viaggio di 48.000 km.

Il dramma dell'esclusione scolastica. Il rapporto evidenzia come il 21° Paese sia ultimo a livello globale per l'accesso alla scuola secondaria e quartultimo per quello della scuola primaria (con il 50% di bambini esclusi, davanti solo a Liberia, al 62%, Sud Sudan ed Eritrea, entrambi al 59%). Per le famiglie che vivono in una zona di conflitto, mandare i bambini a scuola è spesso troppo rischioso, a causa dei ripetuti attacchi agli istituti scolastici: in Repubblica Centrafricana, per esempio, si stima che quasi un terzo delle scuole del Paese siano state attaccate durante la guerra civile e più dell'8% sia stata usata dai gruppi armati come base operativa. Per le famiglie in fuga dai conflitti, come dimostrano le evidenze raccolte da Save the Children, i bisogni educativi dei bambini erano una delle motivazioni più forti che li aveva spinti a fuggire dalla guerra, eppure possono passare mesi o addirittura anni prima che molti di loro riescano a iscrivere i bambini a scuola. Attualmente, un milione di bambini rifugiati siriani non va a scuola e moltissimi altri sono a rischio di abbandono scolastico.

Bambini sotto i 5 anni decimati dalla malaria. Troppi bambini nel 21° Paese muoiono a causa di malattie infettive prevenibili e problemi di salute neonatale. Le principali cause di morte tra i bambini rifugiati sotto i cinque anni sono malaria (20%), polmonite (20%), morte neonatale (11%), malnutrizione (10%) e diarrea (7%). Questi bambini sono esposti a un altissimo rischio di contrarre infezioni, anche a causa delle condizioni abitative e igieniche precarie in cui vivono. Uno studio svolto sui bambini rifugiati del Burundi rivela che le morti materno-infantili sono il 16% di tutte le morti avvenute nel periodo oggetto di esame.

I matrimoni precoci ad argine della povertà. A destare preoccupazione sono anche le pratiche dannose sui minori, come quella dei matrimoni precoci, anche se non esistono dati globali sulla diffusione del fenomeno tra popolazioni sfollate e rifugiate. Uno studio sui rifugiati giordani in Siria rivela però che i matrimoni precoci per le ragazze sono passati dal 12% del 2015 al 32% del 2014: un allarmante aumento del 167% in soli tre anni. Questa pratica, sebbene rappresenti spesso un tentativo delle famiglie di queste ragazze di arginare lo stato di improvvisa povertà e vulnerabilità in cui si trovano, porta invece conseguenze negative che incidono fortemente sulla vita delle ragazze: dall'abbandono scolastico, alle gravidanze precoci e ravvicinate, fino a maggiori rischi di salute e livelli di povertà più alti.

Lo sperpero di energie umane. Le persone sfollate hanno spesso difficoltà oggettive nel trovare lavoro, sia per mancanza di opportunità che per l'assenza di politiche che diano loro la possibilità di lavorare in modo legale nel Paese che li ospita. Secondo le stime del rapporto, il 21° Paese potrebbe essere la 54a economia al mondo se la popolazione avesse adeguato accesso all'impiego.

Questo dato mostra come i rifugiati dovrebbero essere considerati dai Paesi ospitanti come un'importante risorsa e non come un costo sociale.


  OLTRE 3 MILIONI DI BAMBINI
MUOIONO OGNI ANNO PER DENUTRIZIONE

E 1 MINORE SU 4 VIVE IN POVERTA' ASSOLUTA 

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Ogni minuto ne muoiono sei.

E quando arrivano a compiere un anno, a volte pesano come un neonato.

A portarli al limite della sopravvivenza è il contesto in cui vivono, tra lo sconforto dei genitori impotenti di fronte ad un'alimentazione minima. Perché vittime della fame sono per primi loro quando li hanno messi al mondo. Il punto centrale, infatti, sono le porzioni ineguali che bambini e adulti in diverse parti del mondo hanno a disposizione.
Ed è così che la bilancia della malnutrizione torna a pendere soprattutto verso l'Africa subsahariana e l'Asia meridionale, dove vivono la maggior parte (80%) dei 3,1 milioni di bambini che perdono la vita per la mancanza di cibo e i 159 milioni di minori colpiti da malnutrizione cronica. Tuttavia non ci si può consolare vedendo che dal 1990 il numero dei minori affamati si sia ridotto di un terzo, perché la «combinazione letale» di povertà ed esclusione sociale continuano a negare a una buona fetta di piccoli nel mondo «il diritto a una vita sana e una dieta equilibrata».

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A lanciare l'allarme è Save the children, ieri durante la presentazione a Roma del rapporto Porzioni ingiuste. Porre fine alla malnutrizione dei bambini più vulnerabili.

Progressi troppo timidi, insomma.
Gli obiettivi globali in tema di nutrizione – come la riduzione dei casi di fame cronica del 40% entro il 2025 e lo sradicamento totale della malnutrizione entro il 2030 – sono quindi ben lontani dall'essere raggiunti.

Parlano le proiezioni:

solo 39 Paesi su 114 analizzati arriveranno al risultato nei tempi e di questi appena sei sono a basso reddito. Quel che è certo, al contrario, è che se il trend continua con lo stesso passo tra quindici anni invece di mettere la parola fine alla fame, nel mondo si avranno ancora 129 milioni di bambini malnutriti, per lo più nei Paesi a basso reddito, che diventeranno 24 milioni tra cento anni.
La parola d'ordine perciò resta fare in fretta, con obiettivi nazionali sulla nutrizione, con politiche appropriate per non lasciare dietro nessuno ovunque, con piani in cui ogni nazione spieghi cosa farà per raggiungerli e investa risorse finanziare adeguate.

Oggi dei 29 maggiori donatori di fondi per progetti di assistenza ai Paesi in via di sviluppo, 6 non spendono niente per misure legate alla nutrizione, 6 impiegano meno di un milione di dollari l'anno. E il divario tra budget necessario e disponibile è di 10 miliardi di dollari. Mai come ora, è così il punto fermo del vicedirettore generale Save the children ItaliaDaniela Fatarella, continuare a combattere la malnutrizione è «un bisogno reale ed urgente », ancor più perché i progressi raggiunti dimostrano che l'obiettivo fame zero è «possibile», se si distribuiscono i traguardi alimentari «equamente». Ecco perché occorre passare all'azione trasformando un imperativo morale in politiche concrete, sfruttando la futura presidenza italiana del G7, anche per mantenere l'impegno preso dai sette grandi del mondo l'anno scorso ad Elmau di far uscire dalla malnutrizione 500 milioni di persone. E prontamente è arrivata la risposta. Gli sforzi del governo nell'anno di presidenza saranno orientati, accanto al tema migranti e innovazione, «a implementare l'agenda che prevede il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile», anticipa Alessandro Motta dell'ufficio del consigliere diplomatico di Matteo Renzi, e dando seguito a Expo e Carta di Milano, «saranno prioritari i temi della nutrizione, sicurezza alimentare, donne e salute».

Nascere dalla parte giusta del mondo o solo nel territorio giusto, infatti, determina sia l'accesso dei più piccoli a cure e cibo – i minori che vivono in aree rurali hanno l'1,37 probabilità in più di essere malnutriti rispetto a chi vive in città – sia educazione e prassi culturali.
Come pure chi vive in famiglie povere ha una probabilità doppia di morire prima del quinto compleanno, rispetto a chi nasce in una famiglia benestante.

In 44 Paesi in via di sviluppo il 30% dei bambini soffre la fame, una percentuale che sale al 50% in Burundi, Eritrea e Timor est.
In tredici Stati poi – in testa Madagascar e Malawi, Siria, Sudan – la situazione alimentare dei minori è addirittura peggiorata dal 2000.

Questo al netto dei cambiamenti climatici e dei conflitti in corso che costringono milioni di persone ad abbandonare le loro case e, dunque, a non mangiare per giorni. Nutrizione e sicurezza alimentare perciò debbono andare a braccetto, questo vuol dire sviluppo sostenibile. Aumentare la produzione di cibo va bene, ricorda Laura Frigenti, direttrice dell'Agenzia italiana per la cooperazione internazionale, «ma parallelamente bisognerebbe occuparsi di più dello spreco del cibo», legando le politiche agli interventi sul campo e alle comunità, «affinché si rivelino realmente efficaci».

Avvenire 12 luglio 2016


In 250 mln vivono tra guerre e 200.000 rischiano per scappare

(DIRE - Notiziario Minori) Roma, 27 nov. - "In poco più di una generazione, il mondo ha dimezzato il tasso di mortalità infantile, fatto iscrivere più del 90% dei bambini alla scuola primaria e aumentato di 2,6 miliardi il numero di persone che hanno accesso all'acqua potabile", lo ha detto il direttore generale dell'Unicef, Anthony Lake, lanciando il nuovo rapporto "Per ogni bambino la giusta opportunità", in occasione della Giornata mondiale dell'infanzia e del 26esimo anniversario dell'approvazione della Convenzione Onu sui diritti dell'Infanzia e dell'adolescenza.

Ma il mondo, nonostante i grandi progressi, rimane un luogo profondamente ingiusto per i bambini più poveri e svantaggiati: "I minorenni- aggiunge- rappresentano quasi la metà dei poveri del mondo, quasi 250 milioni di bambini vivono in paesi devastati dai conflitti e oltre 200.000 di loro hanno rischiato la vita quest'anno cercando rifugio in Europa".

Quasi 14 milioni di bambini e adolescenti in Siria, Iraq e in Afghanistan devono affrontare guerra, conflitti e ingiustizie ogni giorno, alimentando l'attuale crisi europea di migranti e rifugiati.

- QUESTI I DATI DEL RAPPORTO: - I bambini delle famiglie più povere hanno quasi il doppio delle probabilità di morire prima di cinque anni rispetto a quelli provenienti da famiglie più ricche, e hanno cinque volte più probabilità di essere tagliati fuori dall'istruzione -

Le ragazze provenienti dalle famiglie più povere hanno il quadruplo delle probabilità di sposarsi prima dei 18 anni rispetto a quelle appartenenti alle famiglie più ricche. - Più di 2,4 miliardi di persone ancora non hanno servizi igienici adeguati, di queste il 40% vive in Asia meridionale e più di 660 milioni non ha ancora accesso all'acqua potabile, quasi la metà dei quali vive nell'Africa sub-sahariana. Circa la metà dei 159 milioni di bambini affetti da ritardi nella crescita vive in Asia Meridionale e un terzo in Africa.


goals

UN: Riuniti a New York i Capi di Stato e di Governo per elaborare
17 obiettivi e 169 target per lo sviluppo globale
da raggiungere entro il 2030

 

La nuova Agenda rappresenta un piano ambizioso per eliminare la povertà entro il 2030 e per promuovere la prosperità economica, lo sviluppo sociale e la protezione dell’ambiente su scala globale.
Il 2015, Anno Europeo dello Sviluppo, rappresenta il culmine di tutti i dialoghi, conferenze e meeting per la ridefinizione delle politiche di sviluppo globali, con un occhio più attento alla sostenibilità. È inoltre l’ultimo anno possibile per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM).
L’UE, il principale donatore di aiuti pubblici allo sviluppo, ha avuto un ruolo di spicco nel perseguimento degli OSM, supportando circa 60 Paesi nello sviluppo di politiche agricole sostenibili e nella promozione della sicurezza alimentare, determinanti per l’eliminazione della povertà. Lo ha fatto inoltre collaborando con l’UNICEF e l’UNESCO per assicurare a tutti i bambini l’istruzione primaria e lavorando a stretto contatto con i Paesi partner per il miglioramento del settore sanitario, al fine di ridurre la mortalità infantile e combattere le malattie endemiche. Questi sforzi non sono però sufficienti. La strada da percorrere per l’eliminazione della povertà e la partecipazione di tutti allo sviluppo mondiale è ancora lunga.

wfd 1Il tema i "Sistemi alimentari sostenibili per la sicurezza alimentare e la nutrizione" sarà al centro della Giornata Mondiale dell'Alimentazione del 2013.

Il tema prescelto, annunciato all'inizio di ogni anno dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), mette in rilievo le celebrazioni della Giornata Mondiale dell'Alimentazione e crea consapevolezza e conoscenza riguardo alle misure necessarie per porre fine alla fame nel mondo.

In questa giornata importante ti chiediamo di unirti a noi contribuendo anche con un piccolo aiuto a salvare i bambini di Goma dalla fame!!

WDF news sitoIl 16 ottobre 2012 è la Giornata Mondiale dell'Alimentazione, promossa quest'anno dalla FAO con il tema centrale "Le cooperative agricole nutrono il mondo" per sottolineare l'importanza e il ruolo fondamentale delle cooperative nel migliorare la sicurezza alimentare e nel contribuire in modo sostenibile all'eliminazione della fame. "In tre decenni di riduzione degli investimenti nazionali in agricoltura e nell'assistenza ufficiale allo sviluppo," – ha dichiarato il Direttore Generale della FAO Josè Graziano da Silva – "milioni di piccoli produttori hanno incontrato difficoltà nell'affrontare e nel reagire alla variabilità e le crisi del clima, dei mercati e dei prezzi. Dopo la crisi alimentare del 2007-2008 molti paesi hanno rinnovato il loro impegno per debellare la fame nel mondo e migliorare i mezzi di sussistenza. Ma in alcuni casi gli impegni verbali non sono stati seguiti da un concreto sostegno politico, programmatico e finanziario".

Governi nazionali, agenzie di sviluppo, organizzazioni non governative e intergovernative, e tutte le istituzioni accademiche e di ricerca hanno un ruolo da svolgere nel sostenere lo sviluppo di organizzazioni di produttori e cooperative forti, efficienti ed eque.

NutriAid onlus condivide e partecipa a questa iniziativa mondiale non solo agendo direttamente con progetti di lotta alla malnutrizione e sostegno allo sviluppo in Africa, ma anche promuovendo attraverso i suoi canali di comunicazione l'urgenza di riposizionare l'attenzione mondiale sui circa 200 milioni di bambini sotto i 5 anni che ad oggi soffrono di sintomi acuti o cronici di malnutrizione.

Il nostro focus quest'anno è per il riso, elemento simbolo di quello che costituisce per molte popolazioni africane la base della dieta quotidiana. L'aumento dei prezzi del 2007/2008 e la conseguente diminuzione della domanda/offerta, la grave siccità che ha colpito l'Africa e il land grabbing hanno determinato un impoverimento preoccupante delle comunità rurali e un conseguente aumento delle problematiche legate alla sottoalimentazione.

Il nostro appello si inserisce all'interno della campagna triennale lanciata da NutriAid contro la malnutrizione infantile nell'aprile 2012 con il titolo "La fame ha le gambe corte" che ha l'obiettivo di salvare 10.000 bambini dalla morte per fame nei paesi in cui operiamo.

 

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